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Una conquista malgrado obiettivi comuni non chiari

Tempo di lettura: 4 minuti

“Sto abbastanza bene. Una conquista c’è stata: un incontro molto operativo con il mio capo.

Le ho presentato un’attività che serviva sicuramente a lei per dire che stava facendo delle cose (ho pensato che fosse quello il suo obiettivo), prima dell’incontro ho vagliato quali fossero veramente i suoi obiettivi.

Lei in estrema sintesi voleva far vedere che stava portando avanti una campagna di un certo tipo.

Ho iniziato il discorso: “so che stai… volevo chiederti conferma se è ancora un obiettivo importante per te…”

Ha cambiato faccia. Tipo: Ma chi sei?

Una conquista raggiunta grazie alla chiarezza negli obiettivi condivisi
Photo by rawpixel on Unsplash

Per apprezzare il valore di una conquista di questo tipo, c’è da dire che alcuni mesi prima partivamo da questa condizione:

“Dall’ultima valutazione a 360 gradi è uscito fuori un bel quadretto. Si è circoscritto il problema alla relazione con il mio capo diretto. Non riesco a trovare la quadra e alla fine il problema si ripercuote su di me.”

[Vedi l’articolo: Migliorare la valutazione a 360 gradi]

“Un bel quadretto” era il suo modo di ironizzare e sdrammatizzare una situazione che, invece, la preoccupava e sapeva di dover affrontare e risolvere.

Quando la stimolavo a immaginare un rapporto più costruttivo, mi metteva l’alt: “non è che dobbiamo diventare amiche, eh!” e rideva. Poi tornava seria, sottolineando di nuovo che voleva migliorare la valutazione che aveva ricevuto, ma nulla di più.

Eppure io sapevo che quel miglioramento avrebbe avuto un impatto maggiore.

“Ho ripreso in mano il documento.

“Se questo è il tuo obiettivo allora possiamo fare così…”

Ho portato avanti tutto quello che serviva a me, però rivolgendola in termini di comunicazione rispetto ai suoi obiettivi che erano diversi dai miei.”

Lo stupore del suo capo nel trovarsela di fronte così cambiata è più che giustificato.

La soddisfazione della mia coachee nell’averla stupita è palpabile e mi scappa una battuta per prenderla un po’ in giro: “andrà a finire che diventerete proprio amiche!”

Ed è qui, dopo le buone notizie, che arriviamo all’argomento di questa sessione.

Una conquista e poi una battuta d’arresto.

“Una cosa che mi ha lasciato così nel senso che ho lasciato perdere ma c’ero un po’ dentro. Ha parlato a tutte le persone singolarmente tranne che con me.

Ci siamo incontrate e lei mi ha detto: “dobbiamo parlare”.

Io avevo una visita. Se vuoi parlarmi su questo tema, io ci sono dalle 18.30 di stasera oppure domani, fammi sapere.

È stata vaga. Io ho provato a insistere nell’andare a canalizzare l’orario e lei si è un po’ indispettita.

Me l’ha ribaltata verso di me: “se tu volevi cambiare dovevi dirmelo prima.”

Abbiamo fatto feedback sulla differenza fra questo evento (infruttuoso) e il precedente (fruttuoso):

“Avevo riportato le cose come mia opportunità e lì ho cannato.

Ho dato per scontato l’argomento della conversazione.

Nell’altro incontro mi ero preparata mentalmente.”

Le serve una procedura per ricordare lo schema da seguire?

“Forse”, mi risponde.

Sento di nuovo quell’“alt” che aleggia nell’aria.

L’attenzione si sposta sull’altro progetto a cui stanno lavorando insieme.

Di nuovo si pone il problema della volta precedente in cui è diventata velocemente operativa su una delega però generica, com’è per esempio:

“Vai avanti da sola.”

  • Quanto da sola?
  • In che modo?
  • Cosa può non dirle (perché fa parte dell’autonomia che le ha lasciato)?
  • Cosa deve dirle (perché altrimenti la sua superiore si sente esclusa o pensa che vuole ridimensionarla nel ruolo)?

Per chiarire, può (1) provare a ribadire ciò che le ha delegato e poi (2) sondare il terreno per approfondire:

(1) Mi hai detto di andare avanti da sola. (2) Ti aggiorno sull’avanzamento dei lavori. Ho preso degli appuntamenti (+ dettagli). Cosa ne pensi?”

Sa bene che deve chiarire gli aspetti nebulosi di ogni obiettivo prima di procedere. Ha visto che funziona procedere in questo modo.

Cosa ti impedisce di approfondire?

“Non avere mai tempo, essere legata al tempo degli altri per fare determinate cose.”

Se la sua priorità è la qualità del tuo tempo, allora bisogna che allunghi l’arco temporale relativo agli effetti di una comunicazione.

Agire subito nell’ambito di un obiettivo vago può darle l’impressione di risparmiare tempo perché diventa subito operativa. Ma poi deve rincorrere i fraintendimenti, i boicottaggi legati alla paura del suo capo di essere superata, gli errori tipici di quando si agisce senza che tutti abbiano una meta comune chiara.

Meglio dedicare 5 minuti in più nel presente per sapere davvero a quale obiettivo comune stanno lavorando piuttosto che usare quei 5 minuti per essere già operativa su qualcosa che poi le verrà contestato e a cui si sommerà stress e altro tempo per aggiustare.

“La capacità umana di pensare a cose che non stanno avvenendo in quell’eterno presente rappresenta un grande salto evolutivo, un prerequisito per tutte le conquiste della nostra specie che hanno richiesto pianificazione, immaginazione o competenze logistiche, ossia più o meno tutto ciò che conferisce alla razza umana la sua unità”

[da “Focus. Perché fare attenzione ci rende migliori e più felici” di Daniel Goleman]

Una conquista in più è dietro l’angolo.

“Devo passare più tempo che mi sembra sprecato a indagare meglio i suoi obiettivi (anche quelli che non mi dice, ma posso intuire) in modo tale da risparmiare il tempo dopo nell’operatività.”

So che ha situazioni personali che le stanno molto a cuore, anche se me ne accenna soltanto, perché non sono oggetto del nostro percorso di coaching.

Confido che la consapevolezza dell’importanza della chiarezza negli obiettivi condivisi le porti altro stupore proprio dalle persone a cui tiene profondamente.

Sarebbe assurdo limitarsi a raccogliere una conquista dopo l’altra solo sul lavoro, no?

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