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La qualità della delega e i parametri che ti soddisfano

Tempo di lettura: 4 Minuti

Lei è una libera professionista e ha preso l’abitudine di contattarmi per specifici problemi su cui vuole fare chiarezza per migliorare il suo business. Quando non la sento, so che è immersa nel flusso. Quando riemerge, mi scrive anticipandomi l’argomento della prossima sessione, in questo caso: Coach! Bisogna che lavoriamo sulla qualità della delega!

Adoro questo suo sguardo sempre proiettato in avanti abbinato alla consapevolezza dell’importanza di ogni singolo passo quotidiano.

Mentre scrivo di lei mi vengono in mente altre persone, curiosamente tutte donne, che si sono rese conto che, per essere presenti dove sono indispensabili, devono delegare su alcuni compiti che possono essere assolti anche meglio da qualcuno più competente o più adatto.

A quelle donne dedico questo passaggio dal libro di Michelle Obama:

“A qualcosa bisognava rinunciare. Nessun altro poteva dirigere i miei programmi all’ospedale. Nessun’altra poteva fare campagna elettorale come moglie di Barack Obama. Nessun’altra poteva sostituirmi come madre di Malia e Sasha al momento di metterle a letto per la notte. Ma forse Sam Kass poteva cucinare per noi. […] Sam conosceva bene il cibo e i suoi effetti sull’organismo; in particolare, sapeva benissimo che, in nome della comodità, l’industria alimentare vende con successo alle famiglie i cibi pronti per il consumo, e che questo ha gravi ripercussioni sulla salute pubblica. Era una questione che mi appassionava, perché mi rendevo conto che era connessa ad alcune realtà con cui ero venuta in contatto nel sistema ospedaliero, e ai compromessi a cui anch’io ero scesa, come madre lavoratrice alle prese con la necessità di nutrire la famiglia.

Una sera Sam e io passammo un paio d’ore a parlare in cucina, scambiandoci idee su come, se Barack fosse mai riuscito a vincere le elezioni, io avrei potuto sfruttare il mio ruolo di first lady per affrontare alcuni di quei problemi.”

[Tratto dal libro “Becoming. La mia storia” di Michelle Obama]

I criteri che definiscono la qualità della delega

“Vorrei capire quali sono i miei parametri qualitativi e le cose da delegare, in modo da ottimizzare e migliorare il futuro di questo aspetto.”

La mia puntigliosità le serve per mettere a fuoco.

“Intendi la “qualità della delega” che riguarda te stessa (il modo in cui “deleghi”) o chi ha ricevuto la delega (e come porta a termine il lavoro che hai delegato)?”

Abbiamo trovato risposte per entrambi fronti:

  • avere una data di scadenza
  • basarsi sulla fiducia reciproca 
  • basarsi sull’onestà (non posso farlo / posso farlo ma… / posso farlo) 
  • portare all’autonomia da ambo le parti 
  • essere specifica (lavora su progetti / mansioni definite) in maniera minuziosa, non fraintendibile e verificabile
  • basarsi sulla precisione nella richiesta (delego A per raggiungere l’obiettivo X).

Come sarà sicura di aver trovato la persona giusta?

Le serve un criterio da mettere a monte: un periodo prova.

“periodo di prova” = attivare i parametri di delega che mi sono data per valutare l’efficacia della delega

Certo, perché no?

Come si fa abitualmente quando si assumono dei dipendenti, anche se il rapporto sarà fra professionisti.

E anche come si fa spesso quando si conosce un potenziale amore ma, per evitare dolorose delusioni, si aspetta un po’ prima di lasciarsi andare.

Perché, a ben vedere, quando hai degli standard professionali molto alti come ha lei, quando ci metti così tanta passione in ciò che fai, hai davvero bisogno di qualcuno che faccia la sua parte con la tua stessa intensità.

Abbiamo aggiunto un altro criterio per la qualità della sua delega:

“Dei feedback continuativi. 
Ovvero con delle riunioni di “team” in cui facciamo il punto della situazione, ci aggiorniamo, ci confrontiamo.
In questo modo valuto gli standard e, se ci sono cose che non funzionano o invece vanno benissimo, ne discutiamo.”

Mi sembra manchi ancora qualcosa

“Lo noti subito se una persona ha voglia di lavorare con te oppure no.

Preparerò una griglia di valutazione che tengo per me in cui inserire tutti i parametri e gli obiettivi da raggiungere, in modo da valutare poi i risultati.” 

Ecco. “Tengo per me”. Dall’inizio della sessione mi giravano in testa le parole “aspettative inespresse” (che poi diventano “aspettative deluse”).

Perché l’idea di tenerlo per sé?

“Mi sembra troppo “giudicante”.”

“Non credo si tratti di “giudizio”. Se comunichi le tue aspettative, stai coinvolgendo o giudicando?

“Coinvolgendo!”

Poi, certo, quando andrà a guardare “come ha fatto”, ci potrà essere un giudizio, ma non nel senso morale.

Ora, distinguiamo “valutazione” da “giudizio”.

“Valutazione = serve per migliorare
Il giudizio = non è detto”

La sessione è conclusa, io le ho inviato il mio dettagliato riepilogo e lei è tornata ad immergersi nel flusso del suo fare guardando avanti.

Fra qualche settimana mi manderà un vocale lunghissimo “Coach! Non ti ho detto…”, “Coach, ma ti ho raccontato…?”, carico di un entusiasmo che mi travolge e mi trascina nella sua gioia. Finché arriverà un altro messaggio: “Coach, ho individuato di cosa dobbiamo parlare la prossima volta…” e avanti così

“In lunghe catene stabili, senza grande spesa di energia e alla vita sulla terra, la sola che conosciamo, occorrono appunto lunghe catene.”

[Tratto dal libro “Il sistema periodico” di Primo Levi]

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