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RAL, donne, carriera e convinzioni limitanti sui soldi

Tempo di lettura: 3 minuti

“Ho difficoltà anche quando mi chiedono della RAL. 

Quanto speri di guadagnare? Io vado sempre un po’ a scapito del valore economico.”

C’è una domanda che pongo spesso quando sento questo genere di affermazioni: quanto possono prenderti seriamente (e dunque assumerti con contratti che implicano un vincolo reciproco e una visione di lavoro insieme di lungo periodo) se anche tu non ti prendi seriamente?

Perché nella retribuzione che si pensa di meritare c’è una componente legata al prendersi sul serio. Il fatto che poi non venga concessa o ci si debba accontentare per tutta una serie di contingenze è un fatto a parte che non va accorpato con la percezione di sé.

Le faccio presente che ci sono delle convinzioni che la fanno “svalutare” da sola.

Le ha già tirate fuori ma non ha consapevolezza che la stanno limitando.

Mi metto comoda e aspetto che le individui lei stessa.

“Mettermi nell’ottica di “devo ancora imparare” invece di “posso dare io valore all’azienda” mi fa mettere alla ricerca di un tirocinio perché reputo le mie risorse sempre troppo scarse.”

Esatto. Queste sono le prime. Poi?

“L’esperienza aziendale ti forma, ti tempra.
Per fare una famiglia potrebbe non essere congeniale lavorare in azienda.”

Eh. Come se fosse un evento inevitabile dover rinunciare all’una o all’altra.

Capisco che è spesso così, ma non devi adattarti a un’idea generale prima ancora che accada nella tua realtà.

“Mi rendo conto che sono ragionamenti da italiota.

Quando sono troppo disorientata, penso a tutto e non concretizzo niente.
Qualsiasi processo di cambiamento parte da una base che è il vecchio per arrivare al nuovo.
Comunque deve passare da degli step intermedi.”

Donne, RAL e convinzioni limitanti sui soldi

La RAL bassa che pensi di meritare è un compromesso fra te e te.

Arriviamo alla convinzione regina che le rende difficile rispondere alla domanda: “quanto speri di guadagnare?

Lei pensa che

“I soldi sono l’ultima cosa.”

È nata in un contesto famigliare in cui ha i suoi vantaggi (tant’è che sono molto legati, affiatati, c’è fiducia e rispetto).

“Nel contesto famigliare funziona benissimo.

Ma cosa succede se estrapoli la convinzione “i soldi sono l’ultima cosa” e la porti in un contesto professionale?”

“È dannosa. Mi ha fatto pensare che, rispetto al lavoro, posso rinunciare a qualche centinaio di euro pur di lavorare.”

“Come fai a rispondere alla domanda sulla RAL se pensi che i soldi sono l’ultima cosa?”

“Infatti faccio fatica.”

Ecco.

Fatica a rispondere, fatica a chiedere il giusto e segue una logica secondo la quale, pur di essere assunta, è disposta a fare delle rinunce già in fase di ricerca (tirocinio invece di un contratto a tempo indeterminato) rispetto a ciò che merita.

Intendiamoci, dei compromessi dovrà accettarli comunque.

Ma cosa succede se inizia a fare dei compromessi prima ancora di andare al tavolo delle trattative? Quali posizioni cerca? Con quale stato d’animo si presenta al colloquio? Come sceglie cosa mettere in evidenza nel CV? Scommettiamo che è tutto al ribasso?

In previsione di alzare le gratificazioni

Ho già raccontato com’è andato questo percorso di coaching nell’articolo “trovare lavoro in piena pandemia“.

Avevo promesso che avrei raccontato anche altri dettagli.

Cambiare le convinzioni relative alla RAL e ai soldi è stato certamente rilevante nel raggiungere quel risultato.

Fra le altre cose le chiesi se aveva un “piano carriera”.

Aveva un “piano famigliare”, ma non un piano carriera.

Alcune scelte professionali future avrebbero potuto essere condizionate dal fatto che aveva solo una strada ideale tracciata e non l’altra.

Lì è nata la ricerca di donne che non hanno rinunciato alla carriera per la famiglia o alla famiglia per la carriera. Perché è vero che le condizioni sono difficili ed è altrettanto vero che siamo noi stessi a posizionare la nostra personale asticella della rinuncia.

“Mi piace immaginare, ora, che la signora Burroughs fosse impressionata da quella bambina nera che aveva trovato il coraggio di affermare le sue ragioni. Non sapevo se Teddy o Chiaka se ne fossero nemmeno accorti. Reclamai in fretta il mio trofeo e quel pomeriggio tornai a casa a testa alta con una di quelle stelline dorate appiccicata alla camicetta.”

[da “Becoming. La mia storia” di Michelle Obama]

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