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Dimenticare la competizione per raggiungere i traguardi desiderati

Tempo di lettura: 4 minuti

Era partita da casa con la gioia di un incontro, è rientrata con l’amara sensazione di aver perso. Non sapeva ancora di dover dimenticare la competizione.

Era ben instradata, seguiva il piano concordato. Lo stop è arrivato durante un caffè con un’amica. I soliti aggiornamenti sulle reciproche situazioni, i traguardi che l’altra le buttava davanti mentre lei poteva limitarsi solo a dire “mi sto impegnando a…” ma ancora nulla di concreto, concluso, tangibile.

Non passerebbe inosservata neppure se volesse. I capelli biondi che colpiscono l’occhio, il sorriso aperto, l’intelligenza acuta che manifesta in poche parole.

Ma non è la prima volta che esce da questi momenti di confronto ammaccata e ridimensionata: ci resta male, si sente delusa dagli altri e anche da se stessa. Lì per lì, invece di reagire, si blocca, si chiude in sé.

“Sei muta, coach?”

“No. Riflettevo sul fatto che c’è una distinzione che mi pare importante e non so se l’hai fatta: che differenza c’è fra la competizione nello sport e la competizione nel quotidiano?

Risponde drizzando le spalle, petto in fuori, mento in alto.

“Nello sport è chiaro qual è l’obiettivo e quali sono le regole. Nella vita di ogni giorno, tutto si sposta continuamente, sia i traguardi sia le regole.”

“L’ambito sportivo è chiaro e concordo. Puoi farmi qualche esempio della competizione nel quotidiano?”

“Beh, ripensando all’altra sera con la mia amica, mi sono sentita addosso un’etichetta: “tu non hai un compagno né figli. Sei una perdente”.

E poi mi vengono in mente tutti quei gruppi a cui partecipo. Dovrebbero avere scopi sociali, ma immancabilmente diventano un pretesto per qualcuno per avere visibilità.

Talvolta è qualcosa di infantile, tipo “io ho fatto più di te”, “io ci sono arrivato prima di te”, o cose così… Ma per cosa? Ma davvero dobbiamo misurarci così in continuazione?

Quali sono gli effetti di questa competizione non dichiarata ma presente?

“Non so gli altri. Io mi rovino il fegato su queste cose. Mi guasto le giornate elucubrando su questi eventi. Rimugino sulle parole, apro una “to do list” nella mia mente e comincio a segnare “l’ho fatto, non l’ho fatto, oddio questo mica pensavo di volerlo!”

Mi avvilisco, aggiungo altri traguardi, mi sfinisco.”

Quando la gara è dichiarata, quando il traguardo è chiaro, quando le regole sono conosciute a tutti, allora la competizione può essere uno stimolo a dare il massimo e a fare meglio (anche se non sempre, anche se non per tutti).

Ma quando c’è un ampio margine di ambiguità, può sortire lo stesso effetto che vive lei: fermarsi, ragionare sul suo malessere, tornare a chiedersi cosa vuole, ridefinire tutto.

Con il risultato (indesiderato) che passa altro tempo improduttivo, altri obiettivi vengono abbandonati, altri traguardi vengono ritardati.

“La competizione è distraente. Ti fa spostare l’attenzione su una battaglia secondaria, perdendo di vista il tuo vero obiettivo.

La battaglia secondaria è quella con l’altra persona.

Talvolta, dimenticare la competizione può essere necessario.

Il tuo vero obiettivo è la tua qualità di vita.

Comincia ad afferrare. Mi guarda come se avessi scritto in fronte quello che non era ancora riuscita a leggere.

Dimenticare la competizione porta ai risultati desiderati
Photo by Valdemars Magone on Unsplash

Mi racconta situazioni in cui, ora l’ha capito, è stata proprio dirottata dalla sua rotta. Stava andando verso un lavoro e lo scontro competitivo le ha impedito di afferrarlo; stava per costruire con un uomo e il confronto le ha fatto ascoltare consigli che si sono rivelati traditori.

Dimenticare la competizione

Le riassumo una citazione, questa:

“Ripensai alla mia carriera di corridore alla Oregon. Avevo gareggiato con, e contro, uomini di gran lunga migliori, più veloci, più dotati fisicamente. Molti sarebbero andati alle Olimpiadi. Eppure mi ero addestrato a dimenticare quell’infelice realtà.

La gente presume che la competizione sia sempre una buona cosa, che tiri fuori sempre il meglio dalle persone, ma ciò è vero soltanto per chi riesce a dimenticarla. L’arte di competere, ho imparato correndo, era l’arte di dimenticare e adesso me lo stavo rammentando.

Devi dimenticare i tuoi limiti. Devi dimenticare i tuoi dubbi, la tua sofferenza, il tuo passato. Devi dimenticare quella voce interiore che grida e implora: «Non un passo di più!».

E se non è possibile dimenticarla, devi scenderci a patti.

Ripensai a tutte le gare in cui la mia mente voleva una cosa e il mio corpo un’altra, quei giri in cui dovevo dire al mio corpo: «Sì, le tue argomentazioni sono ottime, ma continuiamo comunque…».”

[Tratto da “L’arte della vittoria”, Phil Knight]

Mi sorride e io la pungolo.

“Cosa pensi accadrà la prossima volta, quando ti imporrai di dimenticare la competizione con l’altra persona, i suoi traguardi, i suoi meriti, …?”

“Tornerò a guardare la mia direzione, non la loro.

Mi metterò a pensare a cosa sto facendo nel presente, non a quello che non ho fatto negli anni scorsi.

Mi spingerò a fare di più, con quello spirito “continuiamo comunque” a prescindere dagli altri e dal mio passato.”

A distanza di mesi da questa sessione, i risultati sono arrivati. La dispersività si è stata ridotta. Certi momenti di confronto non generano più frustrazione, ma diventano occasione per porsi domande per cercare strade più efficaci.

Ora è lei a trovarsi dall’altra parte, ora è lei quella che è “riuscita a…” e viene ammirata, ma anche invidiata e osteggiata.

La trappola della competizione è di nuovo lì, ma lei ha imparato a riconoscerla.

Anche queste reazioni sono un aspetto da dimenticare, guardando sempre avanti.

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