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Le critiche al progetto possono rafforzarti

Tempo di lettura: 4 minuti

Lui è abituato alle critiche al progetto che sta realizzando. Ci ha fatto il callo, diciamo. Le mette già in conto soprattutto da alcune persone: sa che lo ostaggeranno apertamente. Con il tempo e gli esercizi ha anche imparato ad anticiparle e depotenziarle nella loro portata emotiva.

Quel giorno era abbattuto perché aveva incontrato una persona che, in modo gentile, gli aveva detto che aveva i prezzi troppo alti per il servizio che voleva offrire. Lui era rimasto prima spiazzato e poi abbattuto.

“Devo rivedere i prezzi? In verità, mi sento che è un po’ troppo basso. Com’è possibile che mi abbia detto che il mio è troppo alto?”  

Lo scoraggiatore militante

Qualche giorno prima l’avevo invitato ad ascoltare un podcast in cui avevo riconosciuto dei discorsi che vengono fuori spesso (ne parlai anche in “Persone e obiettivi fuori dai cliché“).

Il passaggio era questo:

Poi, una cosa è il paese e una cosa sono i paesani. Perché il paese in sé è così, il paesano è lo scoraggiatore militante, la parte creativa di questa resistenza perché diventa animoso, attivo, cattivo.

Però un po’ di resistenza, gli anziani che dicono “ma dove vai, che fai?” questo invito alla lentezza, questo invito alla sobrietà, io lo vedo interessante.

Lo scoraggiatore invece è quello che dice “qua non c’è niente”, è il meschino, il fallito che si adopera per far fallire la vita altrui. Ecco quella è una figura pericolosa. E tanti artisti di paese vengono sconfitti da questi scoraggiatori. C’è un conflitto non dichiarato, ma c’è. Come tanti ragazzi bravi che poi ho rivisto negli anni, come dei geni inaciditi. Ragazzi che fanno teatro, ci provano una, due, tre volte, non ce la fanno, non riescono ad uscire dal paese e il paese li uccide. Il paese è anche un po’ criminale per certi aspetti.”

[Tratto dall’intervista a Franco Arminio nella puntata 21 del podcast “Morgana” di Michela Murgia, dedicata a Maria Lai]

Era di fronte a quella categoria di scoraggiatori militanti?

Forse.

Possibile che quella persona fosse diversa dai critici schietti a cui era abituato e dal cui atteggiamento palesemente contrario alle sue scelte ricavava una spinta ad agire?

Possibile.

Ci sono anche i demotivatori che si nascondono dietro dei “ti stimo” che fungono da cavallo di Troia mentre lasciano entrare dubbi che ti possono fermare senza che tu te ne accorga.

“Attento a chi scarica sul tuo prezzo (o sul tuo servizio) la colpa del loro non voler fare (perché non hanno coraggio di mettersi in gioco, perché non sono motivati, perché hanno paura di fallire, …).

Attento a chi prima ti lusinga poi ti mette in crisi con critiche con cui, fondamentalmente, vuole auto assolvere se stess*.”  

Sulle vecchie critiche al progetto (di se stesso). Bonus.

Nei giorni successivi a questa sessione ha ragionato di nuovi sui prezzi in maniera ancora più lucida, è andato avanti, non si è lasciato sconfiggere dalla strategia meschina.

Mi spiace che io non stessi ancora leggendo il libro che mi tiene impegnata ora.

Gli avrei citato anche un altro passaggio che mi ha fatto pensare a lui, in particolare alle critiche al progetto di sé che riceve quando lo interrogano: “da dove sei uscito fuori?” (con tono di rimprovero).

“Non c’è dubbio che sono figlio di mia madre. Da chi mi verrebbe altrimenti questo naso a patata, tipico di lei, e che ora si ritrova pari pari anche mia figlia? Eppure è altrettanto vero che, alla famiglia in cui sono cresciuto, in un certo senso, non sono mai appartenuto. L’ho sentito fin da piccolo e vi alludevano i parenti quando, scherzando, dicevano a mio padre: “Ma quello lì, dove sei andato a pescarlo?”.

Il cieco si era sbagliato sui fatti, ma con quella frase aveva colto qualcosa di profondamente esatto nella sostanza. Bastava interpretarla, bastava non guardare alla propria vita solo in termini biologici, ma chiedersi da dove viene in noi quel che non è riconducibile alla nostra fisicità. Nel mio caso viene certo da “un’altra famiglia”, cioè da una fonte diversa da quella dei geni che mi ritrovo addosso nel naso, negli occhi e persino nei gesti che ora, più invecchio, più riconosco come quelli che erano del mio nonno paterno.

Della vita che finora ho fatto non c’era un solo seme nell’esistenza di mia madre e di mio padre. Tutti e due venivano da gente povera e magnificamente semplice. Gente terrena, tranquilla, impegnata soprattutto a sopravvivere e mai inquieta, avventurosa o in cerca di novità come invece sono sempre stato io, fin da bambino. […]

Da dove mi veniva allora la mia voglia di mondo, il mio feticismo per la carta stampata, il mio amore per i libri e soprattutto quella ardente bramosia di lasciare Firenze, di viaggiare, di andarmene lontanissimo?

[Tratto da “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani]

Chissà come sarebbe stata la vita di Tiziano Terzani se quella domanda (“dove sei andato a pescarlo?”) non fosse stata rivolta in tono scherzoso, ma come un rimprovero?

Chissà se l’avrebbe fatto aderire agli esempi che aveva avuto in famiglia, rinunciando alle sue inclinazioni?

Non solo sappiamo. Però sappiamo che i toni che vengono impressi su alcune frasi possono dare una dura sterzata all’esistenza.

Saper riconoscere il fine delle critiche al progetto

Non esiste progetto che non incontri critiche.

Alcune sono utili e ben formulate, ma sono la minoranza.

Moltissime sarebbero utili anche se sono espresse in modi che risultano spesso devastanti emotivamente. Ma quando acquisisci gli strumenti per gestirle, allora non ti fanno più male e conservi solo l’aspetto positivo che fa bene al tuo progetto.

E poi ci sono le critiche degli “scoraggiatori militanti”, quelle che ti mettono dubbi con il solo scopo di fermarti o depistarti. Ma se giri bene la fritta allora ribalti la loro intenzione: ti fanno scoprire che ci credi ancora di più di quel che pensavi.

Impara a riconoscerle e traine forza per avanzare.

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