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Dove devo andare a combattere adesso?

Tempo di lettura: 3 minuti

Prima di iniziare a costruire qualcosa di grande, molto ambizioso, bisogna spesso combattere contro i nemici rappresentati dai bisogni primari.

“Prima di dedicarmi al sogno della mia vita, ho il valore responsabilità.
Ora che il valore responsabilità è a posto, mi sento più tranquillo.”

Aspettavamo da tempo una sessione “in pace”, con il senso del dovere ammutolito perché appagato.

Ma non c’è abituato.

“Mi fa pure strano trovarmi in un contesto in cui non sto lottando.”

Per un lungo periodo ha rincorso una stabilità economica che sembrava impossibile in questa Italia in cui il posto fisso è un miraggio.

Ha smentito tutti i luoghi comuni e le previsioni negative di chi avrebbe dovuto sostenerlo e, invece, gli diceva che stava sbagliando.

Abbassa gli occhi e sorride, indeciso fra il restare umile, l’essere fiero di sé e il dubbio che si stia creando dei problemi che non esistono.

“Se non ho le guerre da fare, non ho i nemici, funziono male.”

Molti coachee di sesso maschile usano questa terminologia militaresca. Gli obiettivi sono “guerre” e nelle guerre ci sono i “nemici”; bisogna “armarsi” di strumenti e “muovere le risorse”. Poi c’è tutto l’arsenale di variazioni relative all’attacco: dal sentirsi “sotto attacco” al “bisogna attaccare”.

“Strategia” e “pianificazione” fanno parte anche del vocabolario delle donne. Ma non significa che il gentil sesso non faccia le proprie guerre. Solo non le inquadrano così.

La mia posizione di coach mi consente di confrontare gli effetti delle diverse mentalità sui risultati raggiunti. Confesso che mi affascina tutto il potenziale che intravedo nei diversi punti di vista, sia delle donne che degli uomini.

“Vivere è un’arte, più simile alla lotta che alla danza, perché bisogna tenersi sempre pronti e saldi contro i colpi che giungono imprevisti.”

[da “L’arte di conoscere se stessi”, Marco Aurelio]
combattere
Photo by Zoltan Tasi on Unsplash

Dove devo andare a combattere adesso?

Finché si trattava di soddisfare il senso del dovere, era piuttosto chiaro cosa doveva fare e chi doveva fronteggiare.

Ora si è fatto largo il timore che la stabilità lo faccia sentire troppo comodo e gli faccia rinunciare alla sua vision.

“Mo’ che devo fare?
Dove devo andare a combattere?”

Dopo aver sconfitto la precarietà con l’obiettivo precedente, abbiamo passato un paio di ore a ridurre la complessità del nuovo.

Il suo “dove combattere” era nebuloso perché tutto gli sembrava della stessa importanza. Tutto andava portato avanti insieme, ma non c’era tempo. La sua disciplina soffriva moltissimo perché non sapeva chiaramente dove applicarsi.

Ora ha stabilito delle priorità secondo una logica che non gli lascia dubbi. Quando è concentrato su una azione sa che non sta trascurando l’altra: la scelta fa parte di un piano preciso.

Il suo “dove combattere” si arenava nel terreno paludoso della paura di adagiarsi nella comodità. Abbiamo bonificato l’area, introducendo due strumenti che sono i suoi escamotage per restare concentrato.

“Se si eliminano le parole e le azioni superflue, che sono la maggior parte, si guadagna tempo e si gode di una costante tranquillità. Per questo in ogni occasione dobbiamo chiederci se sia proprio necessario ciò che ci accingiamo a fare. La stessa domanda vale per i pensieri superflui, e se riusciremo a sopprimere questi elimineremo anche le azioni che ne conseguirebbero.”

[da “L’arte di conoscere se stessi”, Marco Aurelio]

Sono francamente felice che sia arrivato questo punto: appagato sulla stabilità e inappagato sul dimostrare il suo valore.

Abbiamo creato le fondamenta adatte per l’impero che vuole realizzare nei prossimi anni.

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