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Cicatrici e feedback sulla qualità della concentrazione

Tempo di lettura: 3 minuti

Le cicatrici non piacciono quasi a nessuno. Intanto perché sono spesso antiestetiche. Ma soprattutto perché sono quasi sempre collegate a un errore di valutazione e dunque a scarsa concentrazione. Non sempre è responsabilità nostra, ma quando lo è, allora le cicatrici sono un richiamo di cui vorremmo poter fare a meno.

È molto più facile giudicarsi piuttosto che fare feedback.

A moltissime persone è stato insegnato come evitare gli errori stando fermi immobili piuttosto che ad accettarli ed integrarli nel cammino imparando da essi.

“Embrace that accident!”

Orson Welles
Cicatrici e feedback sulla qualità della concentrazione

Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Qualche anno fa andai a vedere una gara di mia nipote. Sugli spalti vicino a me c’era una piccoletta che mi aveva preso di mira. Impertinente e simpatica. Insistente e determinata ad avere le risposte.

«Perché hai quella cicatrice?»

Qualche settimana prima avevo fatto un volo in mountain bike e mi era rimasta una cicatrice piuttosto grossa nel palmo della mano sinistra.

«Perché sei caduta?»

Perché non ero concentrata. Ricordo ancora con chi ero arrabbiata in quel momento ed ero anche consapevole che non c’erano le condizioni per una distrazione di quel tipo. Cominciava ad essere buio e la visibilità si era ridotta. Per continuare a tenere quella velocità avrei dovuto pensare solo ed esclusivamente alle condizioni del terreno e della luce.

Gli incidenti stradali, gli infortuni sul lavoro, quelli domestici, quelli sportivi. Nella maggior parte dei casi sono dovuti a mancanza di concentrazione.

Anche gli incidenti nella comunicazione, con tutte le incomprensioni che portano con sé e la difficoltà di recupero, hanno in comune una mente disturbata da altro (gli errori del passato o le aspettative sul futuro o convinzioni negative su di sé o sull’altra/o). E succede il patatrac.

«E sei volata molto in alto?»

Mai come quella volta che sono caduta dal cavallo al galoppo. Anche allora avevo la testa da un’altra parte. Per anni ho pensato fosse stata una grandissima lezione sulla leadership.

«Sei andata in cielo sopra le nuvole?»

In un certo senso sì, perché imparando dall’errore mi sono elevata.

Prima che imparassi a fare feedback sulle mie cicatrici, fisiche o emotive, erano l’input per cominciare un lungo processo in cui ero l’imputata e anche la giudice. La condanna era immancabilmente: fermati, non lo fare più, non andare avanti.

Quanto tempo ho perso in questo modo lo so soltanto io, ma pure questa è una cicatrice che ho abbracciato e integrato nei miei obiettivi futuri.

Privarsi di esperienze non è una buona soluzione: ci espone ad altri tipi di dolori, quelli legati alla frustrazione, alla mancanza di gratificazione, all’assenza di entusiasmo, veniamo sottratti ai feedback positivi sulle nostre capacità.

“Per cominciare a capire i miei cali di concentrazione ho dovuto conoscere quali fossero i miei veri desideri.”

[da “Il gioco interiore del tennis”, W. Timothy Gallwey]

La qualità della concentrazione

Il succo è: malgrado tutto il dolore che possono averci provocato, le cicatrici (fisiche o emotive) ci conducono sempre a un feedback sulla qualità della concentrazione e su cosa condizionava la qualità della concentrazione in quel momento.

Con la stessa curiosa impertinenza sulle dinamiche che ha avuto quella bimbetta, il feedback aiuta a diventare ancora più responsabile di sé e dei propri progetti.

Dai feedback sulle cicatrici partono gli spunti di crescita.

Da lì si diventa persone migliori, agendo in modo migliore.

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