Perché devo rispondere a queste domande per raggiungere il mio obiettivo?

Ieri una cliente mi ha posto una domanda: “perché devo rispondere a queste domande per raggiungere il mio obiettivo?”

Avevamo già lavorato insieme in passato, con reciproca soddisfazione. Per un paio di anni abbiamo mantenuto i contatti; io guardavo attraverso i social come stava mettendo a frutto, lei di quando in quando mi raccontava qualcosa di più dettagliato.

Una settimana fa la richiesta: “ho bisogno di nuovo di te.” 

Tutto questo per dire che sa già com’è avere una coach, mi conosce e abbiamo già un raggiunto un successo insieme, è già abituata alle domande, sa già come l’aiutano.

Ma è vero che l’obiettivo è diverso dal precedente e quello che poteva essere scontato nell’altro contesto può non esserlo in questo.

Le ho assegnato un esercizio, l’ha fatto in maniera curata e diligente. Ieri, quando ne abbiamo parlato, mi ha esposto il dubbio:

Perché devo rispondere a queste domande per raggiungere il mio obiettivo?
Photo by Ken Treloar

“Ho analizzato tutto quello che mi hai detto ma sono partita da me, da dove ho fallito.

Quindi mi sono un po’ andata a ricercare e c’erano dei punti in comune.

Ho bisogno di trovare la famosa chiave di volta che ti dà poi l’accesso a tutto.

Ma come fare a trovarla?

E mi sono anche chiesta: perché io devo rispondere a quelle domande lì?

Come faccio a trovare la soluzione solo sviscerando tutte queste cose qua?”

Le ho citato, per sommi capi, un altro percorso che ho seguito.

Obiettivo simile, sempre nella sfera privata.

Le domande per migliorare che non si è mai posta prima.

Si è abbastanza abituati a “ragionare” sull’obiettivo “carriera” o sull’obiettivo “lavoro” o sull’obiettivo “traguardo sportivo”; ma sono ancora poche le persone che approcciano anche obiettivi “privati” con un metodo, probabilmente per l’annoso pregiudizio che, così, si tolga un ruolo all’istinto nella propria vita, snaturalizzandosi.

Anche una giornalista qualche giorno fa mi ha fatto la stessa obiezione:

“Ma così non si perde spontaneità?”

Anche a lei ho spiegato che saper gestire un obiettivo con metodo non significa diventare delle macchine. Le ho fatto l’esempio della guida. Molte persone associano l’idea di avere un metodo alla convinzione di dover stare sempre con il freno a mano tirato. Niente di più assurdo. 

Hai un metodo per guidare l’auto, no? Freni solo quando la situazione è pericolosa, no?

Avere un metodo non ti impedisce di ascoltare la musica mentre guidi, di goderti il paesaggio, di essere in compagnia delle persone a cui vuoi bene. Anzi, più padroneggi il metodo, più puoi goderti tutto il contesto.

Rideva e annuiva la giornalista, mentre si rendeva conto che sapevo scherzare, che sapevo essere spontanea, e che insieme stavamo smentendo quel luogo comune. 

Ma torniamo all’argomento di questo post.

“Per rispondere al tuo quesito, devi rispondere a quelle domande per evitare di cercare come hai sempre cercato, replicando uno schema che ti porterà gli stessi risultati insoddisfacenti.

Questi esercizi le servono a:

  • fare feedback sul passato, imparando davvero dagli errori; 
  • aprire la sua mente, aggiungendo nuovi pensieri che non ha mai avuto prima;
  • capire cosa vuole davvero (a prescindere da ciò che il cammino le mette sulla strada)
  • orientarsi a cercare le strade che la porteranno al suo traguardo (che non sono le strade che ha sempre percorso).

Per esempio, il fatto che lei non abbia in mente degli esempi di persone che ce l’hanno fatta ma solo esempi di quelli che non ce l’hanno fatta, è limitante. Significa che la sua mente sa “come non si fa”, ma non sa “come si fa”.

Per tornare al paragone della guida, è come se avesse solo una casistica di “come fare incidenti” e nessuna casistica di “come arrivare a destinazione sani e salvi”. Sono informazioni che vanno integrate ed è proprio il fatto di dover rispondere alle mie domande che la “obbliga” a costruire nuovi percorsi mentali, proprio quelli che le servono.

L’esercizio di questa settimana consiste proprio nella ricerca di chi ce l’ha fatta, per cominciare a dire alla sua mente cosa deve cercare, come deve cercare, cose le serve, … tutti aspetti su cui non aveva mai riflettuto prima e, ovviamente, queste carenze le hanno portato degli insuccessi.

Mi sono sempre accontentata. Non mi sto più accontentando.

Non c’è più la mancanza d’aria.

Posso anche guardare dall’alto quello che c’è.

Quando ti levi dalla giostra, riesci a guardare come gira.

Infatti. Questa metafora della giostra che lei ha utilizzato mi piace molto e rende benissimo.

Questo è il modo giusto di usare le domande per guardare cosa rende una giostra “sicura”“come” gira bene e “cosa” la fa girare bene.

Con il giusto distacco di adesso, quando ci sarà dentro potrà solo divertirsi.

Scoprendosi più spontanea e naturale di quel che credeva di poter essere.

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