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Che senso ha tutta questa fatica che sto facendo?

Tempo di lettura: 3 minuti

«Che senso ha tutta questa fatica?»

Ognuno di noi si è posto questa domanda almeno una volta nella vita.

Che senso ha tutta questa fatica

Capita quando non si vedono risultati o, se ci sono, sembrano troppo piccoli per colmare il divario che ci separa dai nostri sogni; talvolta, malgrado tutto, ne arrivano addirittura di segno negativo. E l’impegno pare davvero inutile.

La fatica sa usare armi di persuasione molto potenti. Urlano i muscoli, scricchiolano le ossa, vacilla la mente. Quando si adopera sul serio, può farci buttare in un secondo tutto il lavoro di giorni, mesi, perfino anni.

Di solito si suggerisce di guardare avanti, oltre l’ostacolo.

Solo che la fatica sa come focalizzare l’attenzione su di sé.

Sa chiamarti, sa come diventare un chiodo fisso anche se non vorresti.

[Che bastarda, eh?]

Sa calamitare il tuo sguardo, impedendoti di fare quella semplice operazione che sarebbe alzare gli occhi e guardare più in alto e oltre, a quando tutto questo sarà finito.

Come mi è stato detto qualche giorno fa:

“Serve avere senso della realtà, ma non rinunciare ai sogni; l’importante è non perdere il senso dei sogni, altrimenti la realtà è insopportabile”

Ha ragione.

Cosa rende “sopportabile” (o “insopportabile”) la fatica?

Il senso che le attribuiamo.

Non molto tempo fa ho visto un intervista a Reinhold Messner che citava le parole di Walter Bonatti:

“La montagna ha il valore dell’uomo che vi si misura, altrimenti, di per sé, essa non sarebbe che un grosso mucchio di pietre.”

Ecco, a volte non si riesce a guardare oltre la fatica perché non si è capito davvero qual è il suo valore. Perciò può sembrare solo “un grosso mucchio” di frustrazioni, di fallimenti, di insuccessi, di cadute, …

Sai cosa facciamo allora nelle sessioni di coaching?

Ci mettiamo a guardare ogni singola “pietra” e ti invito a pensare:

“in che modo misurarmi con questa difficoltà adesso mi sarà utile nel futuro?”

È diverso dal guardare oltre la fatica. È darle un senso, un valore.

Sai cos’è difficile? Vedere una connessione dove apparentemente non c’è.

Nassim Nicholas Taleb la butta giù così:

“In un certo senso, abbiamo tutti questo problema: non siamo cioè in grado di riconoscere la stessa idea quando ci viene presentata in circostanze diverse. È come se fossimo destinati a farci ingannare dall’aspetto più superficiale delle cose.”

Esempio? Esempio!

Diciamo che il lavoro che fai adesso non ti piace e ti mette a contatto con persone che non sanno valorizzarti, che non ti apprezzano, con le quali non vai d’accordo e non ne condividi il modo di agire.

Ipotizziamo anche che il tuo “guardare avanti” sia un lavoro autonomo.

Aggiungiamo che il lavoro attuale ti serve (non puoi rinunciarci!) mentre ti prepari il resto.

Sei, insomma, in una terra di mezzo in cui ti riesce difficile affrontare ogni giorno, ma devi. Torni a casa senza forze, in seguito alla frustrazione interna e ai conflitti che tutta questa situazione ti pone. Fra l’altro, non hai nessun interesse a migliorare la relazione con queste persone, che comunque vuoi lasciare appena possibile.

O forse no? E se fosse proprio qui il senso della fatica? Possibile che imparare a migliorare il rapporto con queste persone così lontane da te, ti venga utile anche per il lavoro autonomo? Anche là, in fondo, troverai delle persone che non la pensano come te, ma, in quel caso, la relazione con loro potrebbe essere vitale per la tua attività: non potrai più permetterti di non saperla gestire o di non saperla portare a tuo vantaggio.

Ecco che, a questo punto, le persone che detestavi, diventano “importanti” e addirittura “essenziali”. Relazionarti con loro, acquista un senso che va oltre il presente.

Questo è un esempio pratico di ciò che intendeva Taleb e di come sia difficile riuscire a non fermarsi all’apparenza (“mucchio”) per dare un senso alla fatica (“pietre”) e riuscire poi a guardare oltre. Ma si può fare, come abbiamo appena dimostrato.

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