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Il metodo del boicottaggio secondo Martin Luther King

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La natura dell’articolo ebbe l’effetto di obbligarmi per la prima volta a riflettere davvero sulla natura del metodo del boicottaggio. Fino a quel momento lo avevo accettato in modo acritico, ritenendolo il mezzo migliore di cui potessimo disporre. Adesso cominciavo a nutrire qualche dubbio. Il nostro modo di agire era consono all’etica? Il metodo del boicottaggio è fondamentalmente contrario alla morale cristiana? Non è forse un modo negativo di impostare la soluzione del problema? Era vero che avremmo imitato il comportamento seguito da alcuni dei Consigli dei cittadini bianchi? Se anche da un simile boicottaggio avessimo ottenuto risultati pratici di carattere durevole, poteva un mezzo immorale giustificare un fine morale? Ognuna di queste domande esigeva una risposta onesta.

Dovetti riconoscere che il metodo del boicottaggio poteva essere usato per fini contrari all’etica e contrari alla dottrina cristiana. Per di più dovetti ammettere che proprio questo metodo era stato adottato in molti casi dai Consigli dei cittadini bianchi per privare numerosi negri, oltre che persone bianche di buona volontà, dei mezzi essenziali al sostentamento. Certo però, dissi a me stesso, l’azione che noi progettiamo non potrebbe essere interpretata alla stessa luce: i nostri scopi erano del tutto diversi. Noi ci saremmo serviti del boicottaggio per dare vita alla giustizia e alla libertà, e anche per premere in modo da ottenere l’applicazione delle leggi nazionali. La nostra intenzione non era quella di portare al fallimento la società che gestiva il trasporto con gli autobus, ma di far entrare in società la giustizia.

Continuando a riflettere, compresi infine che in realtà la nostra azione equivaleva a smettere di cooperare con un regime malvagio, piuttosto che semplicemente sottrarre il nostro sostegno alla società degli autotrasporti. Naturalmente quest’ultima ne avrebbe sofferto, perché era una espressione di quel regime, ma il nostro fine fondamentale era il rifiuto di cooperare al male. A quel punto cominciai a riflettere su La disobbedienza civile di Henry David Thoreau. Mi convinsi che noi, a Montgomery, stavamo organizzando un’operazione molto vicina a ciò di cui Thoreau aveva parlato in quel saggio. Ci limitavamo a dire alla popolazione bianca: «Noi non possiamo più prestarci a collaborare con un regime malvagio». Da quel momento concepii il nostro movimento come un’operazione di massa di non collaborazione. E da allora in poi mi servii raramente del termine «boicottaggio».

boicottaggio Martin Luther King

Queste le riflessioni di Martin Luther King nei primi giorni del dicembre 1955, dopo l’arresto di Rosa Parks e prima dell’avvio dell’azione di boicottaggio.

Perché mi sono rimaste impresse?

Perché mi hanno riportato indietro ad una sessione di qualche settimana fa.

Mi disse:

«Quando decido di fare qualcosa, mi blocco e non riesco a fare nulla»

E io gli risposi:

«Vabbè, già usare il termine “blocco” non ti aiuta, eh… Possiamo cercare un altro termine? Cerchiamo un sinonimo, dai…»

E vennero fuori:

ALLEANZA“, “COALIZIONE“, “UNIONE

«Alleanza? Coalizione? Unione? Con chi, scusa?»

«Ti allei con la parte di te che vuole bloccarti, che non vuole farti crescere, che non vuole farti cambiare vita, che vuole trattenerti dove sei…»

La parte di noi che ci fa pensare di non meritare certi diritti, la parte di noi che ci fa rinunciare perché non potremo mai ottenere una vita diversa, la parte di noi che ci fa “vivere anestetizzati” (per citare l’espressione bellissima che ha usato una mia coachee proprio oggi)… Beh, quella parte lì non è forse l’equivalente del “regime malvagio” a cui si riferiva Martin Luther King?

Ma davvero vuoi allearti con quella parte lì? Ma davvero, davvero?

Non sarà che la posta in gioco è altissima e si tratta di “dare vita alla giustizia e alla libertà” di essere la persona che vuoi essere, di avere la vita che desideri?

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