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Sentirsi a disagio sul posto di lavoro può diventare la spinta a migliorarsi

Tempo di lettura: 3 minuti

Mi sento a disagio!

E con questa fanno 4! Quattro persone diverse che me lo dicono. Si tratta di situazioni riferite ad ambiti di lavoro, ma il loro impatto sconfina anche nella vita privata. Cito un esempio, ma è simile a tutti gli altri:

“Però non lo capisco. È tutto un parlare dietro e uno sputtanare a destra e a manca. C’è un gusto sadico a voler mettere in difficoltà le persone e a farle risultare cretine e incapaci. E io ci casco con tutte le scarpe! Faccio fatica a fare tutto, ho un senso di nausea e di stanchezza continua. E la sera arrivo disfatta”

Una definizione

C’è chi si sente a disagio con il ruolo che gli hanno assegnato, chi si sente a disagio con il compito/progetto su cui deve lavorare, chi si sente a disagio con l’idea di un cambiamento inevitabile che è nell’aria.

Disagio s. m. 1. condizione o situazione sgradevole per motivi morali, economici, di salute ♦ Senso di molestia o d’imbarazzo: quel suo modo di guardare mette tutti a disagio ♦ Privazione, sofferenza: i disagi di un lungo viaggio2. Arc. Mancanza (di cosa necessaria od opportuna). [Comp. di dis– e agio]

Tratto da “Il dizionario della lingua italiana” di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli

L’esatto contrario di:

Agio s. m. 1. Lo stato corrispondente al godimento di una situazione comoda o vantaggiosa: essere, trovarsi a proprio a.; puoi lavorare a tuo agio, con comodo, senza fretta ♦ Opportunità: avere, dare agio di fare una cosa. 2. al pl. Le comodità della vita unitamente al piacere che ne deriva: vivere negli agi. ♦ lett. Ozio, riposo. 3. in meccanica, piccolo spazio che si lascia a bella posta tra due pezzi contigui di un meccanismo; gioco. [Dal provenz. aize ‘vicinanza’, dal lat. tardo adiăcens nel senso di ‘vicino, comodo’]

Tratto da “Il dizionario della lingua italiana” di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli

“Agio” = Zona di comfort

Mi sento a disagio

Il disagio è un campanellino che suona per segnalarci che siamo su una terra sconosciuta. E, come dico sempre, dovremmo ringraziarlo, ascoltarlo e impegnarci per capire cosa vuole farci notare.

Invece, quello che si fa spesso è zittirlo.

Cambiare lavoro, uscire da un progetto, smettere di frequentare certe persone.

Il che va bene se l’obiettivo è smettere di crescere. Ma se si vuole migliorare, allora no. La strada non è la chiusura.

“Al cervello “piace” ciò che è uguale e impara prendendo nota di ciò che è diverso.”

Richard Bandler

“Prendendo nota”, appunto.

Se evito ciò che è diverso e mi mette a disagio come faccio ad imparare?

Due domande me le dovrei fare anche sul modo in cui ho costruito la mia zona di comfort, no?

C’è la possibilità che l’abbia creata evitando tutto ciò che mi faceva sentire a disagio?

Su questa strada, quanta diversità sarò in grado di accogliere nella mia vita?

La “diversità”, già. Quant’è difficile saperla apprezzare. Se n’è parlato tanto in questi giorni; parlato, appunto. Perché nel quotidiano, tutta questa disponibilità ad accettarla, a volerla comprendere, a farla diventare una risorsa… Beh, io non la vedo. Nei fatti, intendo.

Perché è vero che tutto ciò che è lontano dalle nostre convinzioni, crea disagio.

Come mi ha detto giustamente A., una mia nuova coachee, proprio qualche giorno fa:

“Serve il coraggio per mettere in discussione i pensieri che costituiscono la propria zona di comfort.”

Ciò non significa rinunciare alle proprie idee.

Invece di evitare la porta del disagio, attraversala e mettile alla prova.

Si riconfermano? Bene.

Scopri qualcosa di nuovo? Meglio, hai fatto un altro passo verso la tua crescita personale.

Non ce la fai da solo/a ad affrontare quel disagio? Che male c’è a farsi aiutare?

Sai, quello che eviti oggi si presenterà con un’altra faccia, un altro compito, un’altra situazione. Pensi davvero di poterlo evitare per sempre?

Dura la vita di chi fugge sempre, eh…

Sentirsi a disagio sul posto di lavoro può diventare la spinta a migliorarsi. Coglila.

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