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Il sindacato dei pensieri molesti e la nuova trattativa

Tempo di lettura: 3 minuti

“Perché tornano continuamente questi pensieri molesti che non voglio più?”

La butto un po’ sul ridere:

“Beh… tornano perché sei un senza cuore e sanno che vuoi licenziarli… Esisterà un sindacato dei pensieri molesti? Avranno l’articolo 18?”

Lui sta al gioco:

“Meglio non approfondire, coach!”

Questo accadeva una settimana fa.

Lo spunto per questo post è rimasto lì, fra la gestazione e il soccombere ad altre priorità. Finché mi ha dato una scossa il twit di @ideeperscrittori:

Il messaggio che il destino mi sta mandando è chiaro: è tempo di affrontare la questione.

Le parti in causa

Mi piace molto questo approccio. Vediamo quali sono le parti in causa:

  • Tu, promotore del cambiamento, con la tua stanchezza per ciò che non ti piace e la voglia di un’altra vita

  • L’SPM (Sindacato Pensieri Molesti) che deve tutelare i diritti di chi ti ha accompagnato fino a questo momento.

Ci sono diversi tipi di sindacato. Quello con cui devi relazionarti rappresenta i pensieri molesti, brutti ceffi insomma.

E, infatti, ha queste caratteristiche:

  • si esprime in modo maleducato

  • è incline a giudicare la persona (tu che vuoi cambiare, in questo caso)

  • si ripresenta nei momenti meno opportuni (quando avresti bisogno di tutt’altro)

  • non propone alternative (il classico critico killer)

Insomma, dura parlare con una controparte di questo tipo.

Il sindacato dei pensieri molesti

Nei panni dell’Sindacato dei Pensieri Molesti e dei suoi iscritti

Riesci a citarmi un cambiamento che non abbia mai avuto nessuno contrario?

Ne dubito.

Chi fa opposizione di solito?

Chi cerca di tutelare la propria posizione, su questo siamo d’accordo tutti.

Lo fanno le persone con i posti di lavoro, con le relazioni, con i diritti. Vuoi mai che non lo faccia il tuo SPM?

Mettiti nei panni dei tuoi pensieri molesti, invece di limitarti a detestarli e basta.

In tanti anni di fedele servizio ti hanno portato dove sei. Quanti momenti avete passato insieme? Quante sconfitte? Chi c’era con te nel momento del bisogno? Loro!

Sanno bene che il tuo cambiamento implica che dovrai farne a meno. Sanno che è necessario. E sanno che vuoi disfartene e adottarne altri che ti condurranno in situazioni che ora ti sembrano impossibili da realizzare.

Al posto loro, non difenderesti anche tu, con le unghie e con i denti, la permanenza nella tua mente? O accetteresti di essere bandito, esiliato senza poter più tornare?

Non so tu, io li capisco. Il che non significa giustificarli: ci sono modi più civili per manifestare il proprio pensiero. Bloccarti ed impedirti di accedere ad un altro tipo di vita è solo il più facile e il meno creativo.

Per inciso, capirli non equivale nemmeno a rinunciare al cambiamento, ovvio.

Il tuo diritto

Sai come si vede se una persona sta lottando con il proprio SPM?

Lo stallo è evidente, ogni tentativo di passo avanti è ostacolato della manifestazioni di protesta, ogni processo produttivo è fermo.

Loro protestano per se stessi, ok. Ma tu? Sono più forti loro? Sono più efficaci? Oppure è il tuo progetto di cambiamento che non è ben definito e se ne sono accorti?

Il tavolo della trattativa

Ricordo un documentario su Adriano Olivetti in cui si diceva che ritenesse le richieste sindacali un vantaggio per l’imprenditore (eh?) perché aumentando i costi, obbligavano il management ad essere creativo per trovare soluzioni e restare competitivo sul mercato. (Genio!)

Il concetto è semplice: chiunque, senza seccature, prima o poi si siede, si accontenta di ciò che ha e smette di crescere. Per un’azienda è pericoloso, ma lo è anche per il professionista e perfino per l’individuo. Non sappiamo che cosa accadrà domani: è difficile riprendere a correre se sono passati anni dall’ultima volta che si è fatto uno sforzo.

Bene, ora tu, reincarnato Adriano, intavoli una bella discussione con il tuo SPM, vedendolo in un’ottica di crescita, altroché lamentandoti perché ritornano. Stringi loro la mano e dici:

“Grazie di essere tornati, altrimenti chi scollava più il mio sedere da questo divano?”

Risultato: spiazzamento emotivo del rappresentante sindacale, è ovvio.

A questo punto le sue pretese si saranno ridimensionate nei modi perché non ti vede più come un nemico, ma come una persona disposta ad ascoltare (come in effetti sei).

Infine studiate la strategia insieme:

Un coach non dà soluzioni, ma permettimi per una volta di suggerire:

  • Pensione anticipata, profumatamente retribuita, per i pensieri molesti;

  • contratto a tempo indeterminato per i nuovi pensieri potenzianti: dato che ti accompagneranno passo dopo passo verso i prossimi successi che raccoglierai, hanno bisogno di sentirsi tutelati per poter dare il meglio di sé.

Ora “operazione me stesso” può procedere indisturbata (fino al prossimo scontro, ovvio).

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