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Quali critiche è meglio ascoltare e quali è meglio ignorare?

Quante critiche ci arrivano ogni giorno? Sul posto di lavoro, in famiglia, dagli amici, sui social, da noi stessi. Quali è meglio ascoltare e quali è meglio ignorare?

Ci sono quelle espresse in modo cortese e quelle sgarbate; quelle velate e quelle manifestate; le alzate di ciglio e le teste scosse che non si capisce cosa significhino (ma qualcosa dicono comunque); le frasi lasciate in sospeso sperando che arriviamo a capire (da soli) cosa stiamo sbagliando.

Ti rendi conto di quanto rumore fa tutto questo?

Ad ogni critica, si scatenano emozioni da gestire e pensieri collaterali, del tipo:

“Cosa avrà voluto dire?”

“Perché me l’ha detto?”

“Dove vuole andare a parare?”

“Possibile che sbaglio sempre qualcosa?”

“Ce l’ha con me!”

“Chi è per dirmi questo?”

“E tu, non sbagli mai?”

“Che delusione…”

“Mi detesta!”

“Mi ritiene incapace!”

“Non mi apprezza!”

Sono solo alcuni esempi, per mettere in evidenza una verità: le critiche ci turbano, anche quando vogliamo fare i superiori, anche quando vogliamo fare i duri. 

Chi ignorare e chi ascoltare? 

Quali critiche è meglio ascoltare e quali è meglio ignorare?

Photo by Jeremy Beadle

Chiunque può insegnarci qualcosa, chiunque può aiutarci a guardare noi stessi in modo più obiettivo, chiunque può avere un suggerimento che non avremmo mai preso in considerazione.

Semmai, prima di decidere se ignorare o no, meglio dare un “valore” alla fonte da cui proviene la critica.

  • Quali nozioni ha sull’argomento?
  • Quali capacità possiede che possono essere utili al mio scopo?
  • Cosa è in grado di notare (che di solito sfugge a me)?
  • Quanto ci tiene a me e al mio benessere?

Se ti accorgi che può essere una fonte autorevole, allora è meglio fare lo sforzo di ascoltare. Se invece non ha i requisiti per avere la tua stima, certo, puoi ignorare.

Fra l’altro, ti accorgerai che anche solo ragionando su queste risposte, il tuo stato emotivo si è rasserenato.

Dentro la bolla

Tendiamo a circondarci di persone simili a noi. Ma questo crea una sorta di “bolla” in cui rischiamo di avere sempre gli stessi feedback, sempre lo stesso tipo di critiche, sempre gli stessi suggerimenti. Il che è pericoloso perché ci può far perdere delle opportunità.

Per esempio, molti miei clienti si lamentano di essere gli unici, all’interno della propria cerchia di conoscenza, a tenere alla crescita personale. Talvolta si vergognano persino perché attorno ricevono stimoli di tutt’altro tipo, del genere:

Non ti accontenti mai!

Sei troppo ambizioso/a!

“Va bene così, non c’è bisogno di fare di più”

Anche queste sono critiche. Magari vorrebbero solo vederti più sereno/a invece di sapere che stai sempre con l’ansia di migliorare, stai sempre a fare corsi, a leggere, a metterti in discussione. Insomma, stanno cercando di dirti che ci tengono a te, anche se lo fanno in modo contorto.

Ma che accadrebbe se ti cercassi persone “simili” a te? Quali critiche costruttive riceveresti (che ora non ricevi)? Quali incoraggiamenti avresti (che ora non ricevi)?

Capisci che molte critiche che ricevi sono determinate anche dal modo in cui tu hai costruito i tuoi collegamenti personali? O magari non li hai ancora aggiornati e dovresti perché ci sono davvero tante persone che ci tengono quanto te a migliorare, hanno solo bisogno di riconoscersi e incontrarsi. 

Costruisciti una rete di “critici costruttivi” e vedrai che balzi in avanti farai!

Fai attenzione alle tue stesse critiche.

Il rumore più grande l’abbiamo dentro di noi, solo che non siamo capaci di riconoscerlo. O, almeno, non lo siamo finché non impariamo, ecco. Per farti capire cosa intendo, userò un brano tratto da Sherlock Holmes, “L’avventura del carbonchio azzurro”:

“– Ma lei sta scherzando. Cosa mai può dedurre da quel vecchio feltro malandato?

– Ecco la mia lente. lei conosce i miei metodi. Cosa può dedurre lei circa la personalità dell’uomo che l’indossava?

Presi in mano quel vecchio relitto, girandolo e rigirandolo, un po’ depresso. Era un comunissimo cappello nero della solita forma rotonda, indurito e logorato dall’uso. La fodera era stata di seta rossa, ormai molto scolorita. Non c’era il nome del fabbricante ma, come mi aveva fatto notare Holmes, da un lato erano scarabocchiate le iniziali “H. B.”. Nella tesa, appariva un forellino destinato a far passare un elastico per tenere fermo il cappello, ma l’elastico non c’era più. Per il resto, era screpolato, pieno di polvere, macchiato in vari punti anche se qualcuno aveva tentato di coprire le zone scolorite con dell’inchiostro.

– Non vedo niente, – dissi restituendo il cappello al mio amico.

– Al contrario, Watson, lei vede tutto, ma non riflette su ciò che vede. Non ha il coraggio di trarne delle deduzioni.”

Si accorge forse Watson di avere un pregiudizio? “Vecchio” e “malandato” sono due aggettivi che criticano lo stato del feltro, lo vedi?

Si accorge forse Watson che la critica che lui stesso ha fatto al “feltro malandato” l’ha messo di cattivo umore, rendendolo “un po’ depresso”? Poi insiste in maniera distruttiva: “vecchio relitto”, “comunissimo cappello”. Tutti questo rumore interno gli impedisce di “riflettere”, come gli fa giustamente notare Sharlock.

Quante volte fai così, come Watson?

Quante volte ti ritrovi in uno stato emotivo terribile, sei inefficace, prendi abbagli, sbagli ciò che potresti fare ad occhi chiusi solo perché ti sono partite delle critiche fra te e te?

Come decidi se ascoltare o ignorare se ancora non sai riconoscerle?

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