Perché il mio capo non si accorge di quello che so fare?

Perché il mio capo non si accorge di quello che so fare?

«Perché il mio capo non si accorge di quello che so fare? Dice che faccio bene il mio lavoro ma, secondo lui, io non supero i miei limiti. Si attacca sempre al pretesto che ho famiglia e ho altri pensieri. Sostiene che vorrebbe darmi dei casi complessi, però ha paura di darmeli perché teme che poi non li faccio bene. Durante il colloquio, gliel’ho proprio chiesto:

“Perché hai paura?”

Ha risposto: “non lo so”. Avrei dovuto dirgli qualcos’altro? Cosa per esempio?»

Non si accorge perché…

Intanto perché ha un pregiudizio sulla “donna” che è anche “mamma” e pure “lavoratrice”, mi pare evidente. Le convinzioni, come sai, fanno da paraocchi. Perciò, se davvero vuoi che ti vengano riconosciute le tue capacità e i tuoi meriti, da questo momento in poi il tuo obiettivo è fare in modo che si tolga quel paraocchi.

Come? Eh, bella domanda.

Errori comunicativi da evitare e consigli per superarli 

La prossima volta che parli con lui, evita di iniziare la domanda con il “perché”.  Perché? Beh, prova su di te. Se ti chiedessi:

“Perché non ti alzi prima alla mattina?”

Come ti sentiresti? Non ti sentiresti “sotto giudizio” o di fronte a un “plotone di esecuzione”? Non cercheresti delle “giustificazioni”? Non vorresti “scappare”?

Ogni domanda che inizia con “perché” ha sempre il retrogusto amaro di un’accusa. Sembra banale, ma basta che sostituisci “perché” con “per quale motivo” per cambiare tutta la percezione, guarda:

“Per quale motivo non ti alzi prima la mattina?”

Scommetto che non hai risposto come prima. Sbaglio?

Scommetto che, invece di scappare, hai cominciato a ragionare su quei motivi…

Bene. Ora che hai capito questo, ti regalo un’altra perla che hanno insegnato a me e io la giro a te:

«Quando qualcuno le risponde “non so” vuol dire che ha appena fatto centro. È lì che deve approfondire.»

Cosa? Strano? Eh, eppure… Sei sei un “San Tommaso” diffidente come sono io, devi testare questa verità per poterle credere. Ok, mi sta bene. Per scoprire se quel “non so” è davvero un “centro” segui il consiglio di Harvey Specter di Suits:

“Devi spingere dove fa male”

Il che significa che invece di arrabbiarti per quel “non so”  o cambiare argomento o chiuderti e andartene… dovrai cominciare a “rovistare proprio su quel punto”.

Capo, mi dice che non sa se può fidarsi ma non sa neppure per quale motivo ha paura a darmi dei casi più complessi… Se fosse nei miei panni, come prenderebbe questa affermazione?

Vedrai che comincerà a emergere qualcosa dalla nebbia che avvolge quelle informazioni…

Non si accorge perché non vede

«Proprio in quel momento avevo un incarto molto complesso di cui mi stavo occupando e in cui ho fatto tutto da sola, ho pensato cosa si può fare in futuro e cosa no. Non le vede queste cose, non si accorge. La mette sempre sul mio essere mamma, come se fosse un limite al mio rendimento. Non trovo giusto quello che dice perché io provo a fare di più, ma è lui che non lo vede. Non posso andare, per ogni caso, a metterglielo sotto al naso e dirgli “guarda come sono stata brava, che ne pensi?” Non posso farlo, non siamo all’asilo, non siamo a scuola, siamo adulti! Però dall’altra parte non voglio sentirmi dire che non faccio di più perché non è vero!»

Sai che, contrariamente a ciò che pensi della tua idea, mi sembra davvero ottima?

Immagina che lui abbia in mano una bilancia. Di quelle tradizionali, con due piatti, hai presente?

La sua convinzione:

“sei una mamma = hai altri pensieri = non puoi rendere = non sei affidabile”

Gli fa mettere sul piatto di sinistra tutta una serie di esempi coerenti, magari neppure legati a te, ma a tutte le “donne mamma” con cui ha lavorato. Sconti un po’ anche le colpe di chi è venuto prima, come accade spesso nella vita. Questo piatto è così pieno che la bilancia pende tutta da quel lato.

La tua proposta di andare a dirgli ogni volta “guarda come sono stata brava!” serve ad aggiungere peso sull’altro piatto della bilancia.

Se la critica che ti fai è “non siamo all’asilo”, bene. Chiediti:

Come posso fargli notare ogni volta in cui sono brava, anche la più piccola, in modo “adulto”?

Credo rimanga solo un’altra tua domanda…

Coach! Quanti “guarda come sono stata brava!” serviranno prima che lui si decida a togliersi quel paraocchi?”

Difficile dirlo in questo momento. Dipende da quanto è solida quella convinzione e, siccome me la citi ad ogni sessione che facciamo insieme, mi pare proprio uno di quei casi “duri da scalfire”. Perciò metti in conto tanta assiduità su questa strategia, senza mollare mai. E vedrai che presto si accorgerà di quanto sei strepitosa! 😉

[Per S. e tutte le donne che, come lei, lottano ogni giorno per farsi riconoscere ciò che sarebbe lampante se non ci fosse così tanta ottusità in giro…]

Vota

2 Comments

  1. Io avevo adottato una strategia simile per fargli capiree che il mio carico di lavoro era eccessivo. Dopo un po ‘ è andato fuori e mi ha urlato selvaggiamente che era stanco delle mie polemiche. Da allora quando ho dei problemi metto in malattia

     
    1. Ahah! Sono d’accordo sul cambiare strategia quando quella utilizzata non ha funzionato.
      Solo una domanda: il tuo capo è un soggetto “dubbioso” come il capo della mia cliente?

       

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *