Il bisogno di cadere prima di potersi riprendere

Possibile che questa storia che bisogna cadere, toccare il fondo, prima di potersi riprendere sia entrata così bene in testa a molte persone che si sono abituate alle cadute, come fossero inevitabili o, addirittura, doverose?

L'abitudine a cadere per rialzarsi«Come stai?»

«Sono in caduta libera da qualche tempo, ma penso di aver toccato il suolo ed ora lavoro per rialzarmi!»

Ecco.

Cadi, sai che stai cadendo e lasci che avvenga comunque.

«Ma basta cadere, suvvia! Ormai dovresti conoscere tutti i sistemi per parare le cadute… Sì che sei brava a rialzarti, ma evitarle è meglio. Potresti fare un esercizio che è molto utile metaforicamente parlando… Anche se non corri, prova camminando. Vai su terreni diversi: asfalto, ciottoli, terra, … Vacci di giorno, di notte, sul bagnato, sull’asciutto… Ti accorgerai che il tuo corpo compensa gli spostamenti, che in alcuni casi devi fare più attenzione. Lo scopo di questo esercizio è diventare consapevole che puoi evitare le cadute e non sono affatto necessarie (tanto meno obbligatorie)»

A volte ti autorizzi ad andare a terra…

Ti accorgi che stai cadendo, ma non fai nulla per attaccarti a qualcosa, per limitare i danni, per riprenderti. Addirittura, può capitare che cerchi quel fondo, volutamente. Ti chiama e tu rispondi.

Lo sai, c’è perfino chi si abitua a cadere proprio per potersi rialzare: le sue cicatrici, fisiche ed emotive, si accumulano nel tempo.

Mentre rispondevo alla mia cliente, avevo in mente Usain Bolt ai mondiali di atletica, quand’è inciampato poco dopo la partenza della semifinale (fra parentesi, non solo si è ripreso ma si è anche piazzato per la finale).

Su 100 metri non puoi permetterti sbavature.

Ogni gesto concorre ad accelerare o rallentare. Uno sbilanciamento fa perdere terreno, una caduta ti fa bruciare il lavoro di anni. Come abbia fatto a recuperare probabilmente lo sanno solo il suo corpo e la sua volontà di giocarsela fino alla fine.

Ho posto il quesito dentro al Vivaio delle Stelle e ho ricevuto risposte interessanti e stimolanti. Le metto in un file a parte perché le mie Stelle sono state molto generose (se vuoi leggere le loro opinioni apri questo link).

Io terrei Bolt come riferimento, perché mi pare utile ispirarsi a un modello positivo, sei d’accordo vero?

Il nostro obiettivo è toglierti quel bisogno di cadere fino a toccare il fondo prima di riprenderti. Guardiamo lui e prendiamolo a esempio. Poniamoci una domanda di questo tipo:

Cosa gli permette di correggersi prima di arrivare al suolo?

La chiarezza dell’obiettivo

Il traguardo è davanti a lui, ben distinguibile. Di certo lo è nella sua mente.

Quando non fai il possibile per evitare la caduta, vivi un momento di smarrimento. Il traguardo non è più visibile o c’è confusione o hai perso la speranza di raggiungerlo e questo l’ha cancellato dal tuo orizzonte. Talvolta c’è anche chi sposta il focus: il fondo diventa il nuovo traguardo e questo è pericoloso.

Dato che ti accorgi che stai cadendo, devi (subito!) chiederti:

Qual è il mio obiettivo?

Cosa mi motiva a raggiungerlo?

La percezione o l’idea del fondo

Chissà qual è l’idea di “fondo” per Bolt, almeno atleticamente parlando? Non piazzarsi per la finale? Cadere di fronte a tutto quel pubblico? Deludere le aspettative che lo davano per favorito? Non lo sapremo mai probabilmente. Il fondo è un limite soggettivo che può essere immaginato, definito, spostato.

E, infatti, le domande che puoi farti sono:

Cosa deve succedermi perché mi senta “sul fondo”?

Come riconoscerò il fondo quando l’avrò toccato?

Cosa mi impedirà di scavare ulteriormente?

E se “alzassi” il mio fondo molto vicino a “raso terra” anziché lasciarlo metri e metri più giù? Come mi comporterei?

Conoscenza di sé

Bolt conosce il suo corpo e la sua mente alla perfezione. Sa come riconoscere uno sbandamento eccessivo, sa come compensare, sa come reagire, sa a quali risorse di sé attingere, sa come funzionare al meglio.

E tu? Ti conosci altrettanto bene?

Cosa mi motiverà a riprendermi quando sarò laggiù?

Cosa mi impedirà di scavare ancora?

E cosa mi spingerà a risalire invece di adagiarmi sul fondo?

La consapevolezza del dispendio energetico

Recuperare è dannatamente faticoso. Più è stata ampia la sbandata, maggiore sarà la fatica necessaria. Proprio ieri leggevo un articolo in cui si dice che la metropolitana di Londra produrrà energia semplicemente frenando che dà l’idea di quanto sottostimiamo il dispendio energetico.

Hai mai provato a chiederti…

Se già è difficile ora, quanto di più lo sarà quando le condizioni saranno peggiorate ulteriormente?

Quanto peserà il giudizio degli altri?

Chi troverò ad aiutarmi a risalire?

Chi avrò perso per strada mentre mi lasciavo andare?

Il fattore tempo!

Michela Martini ha lasciato questo commento su FB e lo integro nel post:

Tu parli di dispendio di energie, giustamente e di fatica a risalire… se è vero! Ho pensato che molte persone potrebbero permettersi di toccare ripetutamente il fondo, di mantenere il proprio livello molto in basso o addirittura di continuare a scavare poiché trascurano il valore tempo. Potrebbero ripetersi “c’è tempo”, per risalire, per recuperare, per curarsi le ferite, per riprovare, per migliorare… senza rendersi conto che tutto quel tempo impiegato nella risalita potrebbe essere investito nell’evitare di cadere tanto in basso, quindi, di avanzare più velocemente. Perché spesso, il tempo finisce quando ce l’aspettiamo.

Giusto. Perciò se stai corteggiando il fondo, devi chiederti:

Quanto tempo sarà necessario per riprendermi da laggiù?

A quale velocità dovrò percorre la distanza fra il mio fondo e la mia vetta?

Le mie risorse sono sufficienti per coprire quel tempo e quella velocità?”

Se hai risposto alle domande (tutte), probabilmente il fondo l’hai sentito con le mani, l’hai guardato bene e ti ha sussurrato:

“Stammi alla larga… Non c’è bisogno che mi tocchi davvero per sapere come sono… Torna in assetto! Non è stato nulla… Solo un piccolo inciampo. Poteva essere peggio, potevi sbucciarti le ginocchia, romperti i denti e invece sei già in pista e anche tutto d’un pezzo! Vantati di avermi evitato e goditi lo slancio!

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6 Comments

  1. C’è da imparare parecchio da questo post e da Usain Bolt. Dobbiamo imparare a vedere il fondo come un vincolo e tenerlo presente per calcolare il nostro baricentro. Dobbiamo essere desmodromici, insomma.

     
    1. Sì, mi piaceva l’idea di guardare il “miracolo” che ha fatto in un’altra ottica.
      E approvo questa tua precisazione del “fondo rispetto al baricentro”. Bravo Franz!
      Ti ringrazio anche per avermi obbligata ad approfondire il termine “desmodromico”.
      L’ho trovato interessante perfino nell’utilizzo che ne viene fatto in meccanica.
      Credo si possa trovare un parallelismo fra le valvole e il funzionamento di “scarico” e “aspirazione”
      Molto interessante il tuo suggerimento. Grazie! 🙂

       
        1. Sì, certo.
          I balzi più grandi li ho visti dal riconoscimento dei propri limiti…
          In quello che viene detestato, sottovalutato, rinnegato, c’è tanta forza che spinge per essere vista, capita e riconosciuta.

           

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